[MarkeThings #13]: Ban in Cina per H&M, le ricerche “Zero-Click” e le altre notizie della settimana.

copertina Markethings, la rubrica di notizie selezionate a tema marketing, ogni settimana sul marketingignorante.it

Facebook aggiorna gli strumenti per la protezione della proprietà intellettuale e Dove si offre per pagare le campagne ai competitor, a patto che queste puntino alla diversità e all’inclusione.

Questa è la selezione #13 delle notizie più interessanti in ambito marketing e digital, secondo Marketing Ignorante.

Ogni lunedì, puoi sfogliare i titoli nelle Stories in evidenza del nostro profilo Instagram e qui nel Blog troverai sempre un approfondimento per ogni titolo citato.

Buona lettura! 

1. Google News Showcase: firmati gli accordi con gli editori italiani.

In un comunicato del 24 marzo, Fabio Vaccarono, Vice President e Managing Director di Google Italia, ha annunciato i primi accordi con 13 gruppi editoriali italiani per le licenze sulla distribuzione di contenuti giornalistici all’interno di Google News e Discover.

Dopo i recenti fatti che hanno visto il rapporto tra Google, Facebook e il Governo australiano, protagonista di due edizioni di questo formato, quella del 24 marzo è una notizia che accolgo con sorpresa dal blog italiano di Google.

Sole 24Ore, Caltagirone Editore, RCS Media Group, Citynews, Il Foglio Quotidiano e Gruppo Monrif sono solo alcuni dei 13 gruppi editoriali che hanno firmato l’accordo con Google, per un totale di 76 pubblicazioni nazionali e locali.
Queste ultime circoleranno all’interno di Google News e Discover, nel rispetto dell’Articolo 15 della Direttiva Europea sul Copyright.

L’obiettivo reso noto da Google, sarebbe quello di dare un altro strumento utile a rafforzare il rapporto con i lettori e quello di offrire agli editori una nuova opportunità di monetizzazione dei propri contenuti online, nonché quello di offrire agli utenti un’esperienza più completa e contestualizzata per quanto riguarda un tipo di contenuto che nell’ultimo anno e mezzo ha preso una fortissima rilevanza nella quotidianità degli utenti: le news.

News Showcase, sarà disponibile per gli utenti italiani nelle prossime settimane.
Dal punto di vista dell’utente, costituirà uno strumento utile in aggiunta a Discover, per creare il proprio stream di notizie in maniera compatibile con i nostri interessi e le nostre passioni.

Gli editori firmatari dell’accordo, percepiranno una retribuzione per i contenuti editoriali e potranno di conseguenza strutturare nuovi modelli di monetizzazione dell’attività editoriale, che facciano perno prevalentemente sul media digitale. In più, gli utenti avranno la possibilità di accedere a contenuti premium direttamente da News Showcase e questo aumenta le opportunità di conversione in termini monetari e di traffico nei portali istituzionali delle testate.

2. Novità per Instagram, in arrivo i Remix e le bozze per le storie.

Due grandi novità per i creators di Instagram sono alle porte!

La prima, è stata comunicata a mo’ di spoiler tramite il profilo Twitter dell’azienda di proprietà di Facebook:

Non si conosce ancora alcun dettaglio sulle specifiche della funzione, ma pur trattandosi di una feature semplicissima, quest’ultima permetterà ai creators di organizzare e gestire in maniera molto più funzionale il flusso di contenuti indirizzati al formato storia così da potersi concentrare di più sulla qualità del singolo contenuto.

Neanche le tempistiche di rilascio sono state rese note, per ora dobbiamo accontentarci di un “soon” che comunque lascia ben sperare rispetto all’arrivo di questo comodo accorgimento pratico.

Ma intanto, grazie allo sviluppatore e leaker italiano Alessandro Paluzzi, possiamo avere anche uno spoiler visivo di come si presenterà la feature operativa:

La seconda novità, riguarda invece uno dei formati più amati e diffusi all’interno del competitor numero 1 di Instagram, sto parlando di TikTok Duet.

La notizia, circola da una settimana sempre all’interno di Twitter, ma non ha avuto ancora una conferma ufficiale da parte di Instagram, anche se a metterla in rete sono stati proprio alcuni degli utenti coinvolti nel test che la piattaforma sta svolgendo su di un numero ristretto di profili.

La funzione Remix, potrebbe rappresentare un’unica feature che riprodurrà all’interno del formato Reel di Instagram, la possibilità di pubblicare reazioni ai video degli altri utenti o di organizzare contenuti in tandem, integrando un video altrui all’interno del nostro contenuto.

Fonte: Tweets di Matt Navarra e Valerio @riodevale.

In verità, com’è stato riportato più volte nel corso dei mesi trascorsi da settembre 2020 ad oggi dal leaker Alessandro Paluzzi, la feature sarebbe presente nel codice dell’app dallo scorso Ottobre, ma nel corso delle ultime settimane, un numero sempre maggiore di utenti avrebbe notato la nuova voce nelle impostazioni del formato Reel.

Nel frattempo, anche Snapchat e YouTube stanno lavorando sull’implementazione di questo tipo di feature, che da quanto ha dimostrato TikTok, genera dei volumi di interazione a dir poco interessanti.

Insomma, prosegue senza sosta la strategia di emulazione che vede le grandi piattaforme leader, inglobare le features più accattivanti ideate dai competitor diretti, al fine di trattenere l’audience e contenere le perdite in termini di migrazioni di pubblico.

Speriamo solo di non incappare nel possibile effetto collaterale di uno scenario come quello recentissimo, che potrebbe vedere dei livelli di standardizzazione talmente alti da spingere l’utenza ad utilizzare servizi emergenti di natura completamente diversa, per soddisfare lo stesso bisogno.

Ma questo è solo un libero pensiero distopico, rispetto ad una situazione che è ben nota da anni. Ormai questo tipo di strategia, determina le regole di un mercato di altissimo valore e che allo stato attuale, in seguito a tutti i grandi cambiamenti dell’ultimo anno e mezzo, è ancora tutto da esplorare!

3. H&M bannata in Cina per le dichiarazioni sulle condizioni di lavoro nel Xinjiang.

La regione autonoma uigura dello Xinjiang, con 25 milioni di abitanti, è un’area situata nel nord-ovest della Cina, protagonista dei forti dibattiti e dell’indignazione mondiale che dal 2014 ad oggi ruota intorno al tema del genocidio culturale degli uiguri.

Nel corso degli anni, si sono susseguiti numerosi tentativi per far luce sulle reali condizioni degli abitanti della regione. Nel mese di marzo 2021, una coalizione occidentale costituita da USA, UE, UK e Canada, ha ufficializzato una serie di sanzioni nei confronti dei funzionari cinesi, in merito agli abusi che stanno avendo luogo nello Xinjiang.

La tensione diplomatica cresce sempre di più e nel frattempo, dopo aver smentito ogni accusa e dopo aver giustificato i campi di lavoro come istituti sviluppati per la lotta al terrorismo islamico, Pechino ha iniziato a muovere le sue prime azioni di risposta con sanzioni ed impedimenti legali nei confronti di persone e business europei operanti in Cina.

Ma l’episodio più eclatante delle ultime giornate è certamente quello di H&M che per aver espresso in passato la sua preoccupazione in merito alla questione umanitaria dello Xinjiang legata alla lavorazione del cotone, è stata prontamente bannata da ogni piattaforma in cui l’azienda svedese distribuiva i propri prodotti.

E si, perché nel caso in cui non lo sapessi, in Cina il web si dirama attraverso le “super app”, ovvero delle applicazioni “all in one” che permettono agli utenti di svolgere all’interno di una sola app, tutte le funzioni che altrimenti andrebbero a svolgere nel resto del web, passando per una moltitudine di portali e app diverse.

È all’interno di queste super app che si svolge anche il commercio ed è proprio lì che i brand occidentali finiscono per aprire i propri negozi virtuali, affidandosi quindi all’appoggio di società terze per la distribuzione dei prodotti.

Lo scorso mercoledì, un gruppo giovanile del partito comunista cinese ha pubblicato un post che accusava H&M di aver diffuso delle indiscrezioni diffamanti sull’industria del cotone di Xinjiang, raccogliendo l’indignazione di quasi 400.000 persone in un solo giorno, dando così il via ad un’azione di boicottaggio nei confronti del marchio svedese.

Nella giornata di giovedì, all’interno dei principali store cinesi come Taobao, JD.com e Pinduoduo, non era possibile trovare alcun risultato corrispondente al brand H&M, presente fino al giorno precedente.

Alle considerazioni di H&M, si uniscono numerosi brand occidentali aderenti alla Better Cotton Initiative, come Coop, Nike, Adidas, IKEA.

Fonti: Reuters, TechCrunch.

4. Dove offre un contributo in denaro ai competitor che vogliono organizzare campagne sulla diversità.

Il brand di Unilever famoso anche per alcune delle iniziative di marketing più rilevanti degli ultimi anni, sorprende nuovamente il grande pubblico con un annuncio che ha dell’incredibile, almeno per come siamo abituati a concepire il mondo del business oggi.

“Abbiamo deciso di hackerare l’industria del beauty dall’interno, “infiltrando” i modelli del progetto #ShowUs all’interno dei casting internazionali”, “I modelli che partecipano ai casting, sono incaricati di comunicare all’organizzatore che nel caso in cui decidessero di assumerli e di mostrarne il reale aspetto, senza edulcorazioni digitali, sarà Dove a coprire i costi della performance lavorativa”.

Questo è quanto compare sul sito di Dove South Africa, dove lo scorso anno ha avuto inizio la campagna “It’s on us” che ha raccolto un grande consenso e che oggi prosegue con il progetto #ShowUs.

L’obiettivo del progetto, come si può facilmente dedurre dalle parole del brand, è quello di contribuire a costruire una visione più inclusiva del concetto di bellezza, che rappresenti realmente i concetti di “diversità” e di “inclusione”.

L’iniziativa di Dove, è stata estesa apertamente a tutti i brand che vogliono partecipare attraverso un form sul portale ufficiale dell’azienda. Hanno già aderito all’iniziativa Magnum, Cif e Krispy Kreme.

Anche questa iniziativa è parte del più ampio progetto di Unilever, di cui abbiamo già parlato in MarkeThings #11.

5. Una nuova ricerca afferma che il 65% delle ricerche Google, termina senza click.

Secondo quanto riportato da SparkToro, società specializzata in ricerche di mercato, uno degli argomenti di cui recentemente si è discusso di più nell’ambito del search marketing, avrebbe trovato riscontro nei dati forniti da SimilarWeb.

Da quanto riporta Rand Fishkin, autore della ricerca, il 64.82% delle ricerche svolte su Google da gennaio a dicembre 2020 sarebbe terminata senza che l’utente cliccasse sui risultati proposti dal motore di ricerca.

I dati sulle così dette “Ricerche Zero-Click”, provengono dall’analisi di ~ 5.1 trilioni di ricerche Google svolta da SimilarWeb nel corso del 2020 e che mostrano come il 33.59% di queste si siano poi concluse con un click su risultati di ricerca organici.

Solo l’1.59% delle ricerche si è concluso con un click su risultati di ricerca sponsorizzati, mentre il restante 64.82% si è concluso senza alcun click sui risultati proposti.

Un altro dato interessante riguarda la netta differenza tra le ricerche svolte da dispositivi mobile rispetto a quelle svolte da dispositivi desktop.

Nel caso del segmento desktop, il 46.48% delle ricerche risulta essere “Zero-Click”, mentre il 50.75% corrisponde alle ricerche che hanno portato a cliccare sui risultati organici, a fronte di un 2.78% di ricerche con click su risultati sponsorizzati.

Lo scenario del segmento mobile è nettamente differente e vede un 77.22% di ricerche “Zero-Click”, a fronte di un 21.99% di ricerche con click su risultati organici e solamente lo 0.79% di click su risultati sponsorizzati.

I risultati della ricerca di SparkToro, mettono in evidenza, da un lato, il forte cambiamento nel comportamento degli utenti su Google nell’era post-covid e da un altro punto di vista, portano a riflettere sulla forza del monopolio instaurato da Google, che ad oggi detiene il 92% del mercato nell’ambito dei motori di ricerca per il web, com’è possibile osservare in questo grafico di StatCounter citato da Fishkin.

Se prendiamo in considerazione l’imminente avvento del cookie-less web ad opera di Google e come quest’ultima intende approcciare il cambio di paradigma con l’utilizzo del metodo FLoC di cui abbiamo discusso in MarkeThings #10, la condizione di mercato che abbiamo appena descritto, non potrà fare altro se non espandersi in favore dell’unico player dominante.

Ad ogni modo, Google tiene a precisare e rendere noti i suoi sforzi per convogliare il traffico verso le singole proprietà facenti parte di Google Search e con un comunicato ufficiale del 24 marzo, Danny Sullivan, Public Liaison per Search, descrive con precisione il contesto da cui ha avuto origine la discussione.

Nel comunicato, Sullivan afferma che Google indirizza miliardi di ricerche verso i siti web ogni giorno e che questo dato è il risultato di una continua crescita dal giorno della creazione di Google Search. In più, Sullivan svolge un’analisi accurata su come gli utenti utilizzano Google Search e su come l’azienda abbia focalizzato i propri sforzi sull’incentivazione del contatto diretto con il business, attraverso tutta la suite Google My Business, ecc…

In effetti, il dubbio sorge spontaneo e capire da che parte si trovi la ragione non è proprio semplice.
Ma probabilmente non è neanche necessario, in quanto è più verosimile che questa sia nel mezzo, per via dei mutamenti fisiologici nel comportamento degli utenti che erano già in corso negli ultimi anni e che in questo periodo recente, non hanno fatto altro che accelerare.

6. Facebook aggiorna gli strumenti di protezione della proprietà intellettuale.

In un comunicato del 23 marzo, Facebook descrive le modifiche apportate agli strumenti di protezione della proprietà intellettuale per ciò che riguarda i contenuti e per i prodotti in vendita negli shop di Facebook ed Instagram, nonché per i contenuti contenenti tag di prodotti su Instagram.

L’aggiornamento prevede una nuova politica di gestione dei diritti per i contenuti soggetti a copyright che permetterà ai titolari dei diritti di monetizzare non solo i propri contenuti, ma anche i contenuti di terzi che includono elementi protetti dal copyright.

Questa modifica ha lo scopo di regolamentare in maniera più redditizia la distribuzione di proprietà intellettuali altrui che altrimenti verrebbe semplicemente bloccata dal team di verifica di Facebook. Così facendo, i contenuti protetti da copyright, non verranno più eliminati automaticamente, ma potranno continuare a circolare a fronte di una percentuale sui guadagni pubblicitari che potrà essere reclamata dal titolare dei diritti.

Naturalmente, questo non implica che non sarà più possibile condividere direttamente dei contenuti provenienti da pagine terze. Infatti l’espansione delle politiche di brand safety, agirà prevalentemente sui contenuti che implicano la collaborazione anche indiretta tra le pagine che monetizzano il contenuto e chi ne produce una parte soggetta a copyright.

Non si tratta quindi di un modo per ottenere compensi su ogni utilizzo dei propri contenuti, anche perché risulterebbe impossibile, ma questo aggiornamento apre semplicemente la possibilità ai titolari dei diritti di reclamare i guadagni provenienti dai tutti i contenuti monetizzati che includono un asset protetto, come una canzone, un’immagine, un logo e così via.

È chiaro che questa modifica è tanto legittima e corretta, quanto portatrice di un livello di complessità ancora maggiore per i creators che si troveranno a dover ragionare di più sulla scelta delle componenti dei propri contenuti.

Infine, l’implementazione per la tutela dei diritti sulla proprietà intellettuale, ha coinvolto anche lo strumento di brand safety in ambito commerciale, aggiungendo una pratica funzionalità all’IP Tool (Intellectual Property) che permetteva di verificare e segnalare l’uso improprio di marchi e prodotti protetti.

Fonte: Facebook for Business

L’IP Tool, vede l’aggiunta di una funzionalità che permette di caricare una foto prodotto con cui lo strumento andrà a sondare tutti gli elenchi di prodotti interni a Facebook ed Instagram su scala globale, al fine di identificare prodotti contraffatti o prodotti che sfruttano un marchio in maniera illecita.

Queste erano le notizie della settimana.
Se sono state utili, ti do appuntamento a lunedì prossimo 😉

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Andrea Felicella

Andrea Felicella

Napoletano d'origine, cresciuto immerso nella natura Umbra. Nerd dal primo respiro, sportivo e fortemente appassionato di tutto ciò che è "geek" oltre che di Musica e di Economia. Le dinamiche dell’imprenditoria mi affascinano da sempre e sono particolarmente legato alle discipline che riguardano il Marketing. È così che ho deciso di diventare un Marketer a tutto tondo. Dopo aver venduto la mia prima attività commerciale nell'estate del 2020, ora sono un consulente per PMI e professionisti.

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