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[MarkeThings #25]: Le Adidas fatte di Lego, l’inclusività nel campo dell’AI secondo Google e le altre notizie della settimana.

Amazon rimprovera i social media senza fare nomi, mentre Facebook avvia la sperimentazione per le prime inserzioni pubblicitarie in ambienti di realtà virtuale.

Quella che stai per leggere, è la selezione #25 delle notizie più interessanti in ambito marketing e digital, secondo Marketing Ignorante.

Ogni lunedì, puoi sfogliare i titoli nelle Stories in evidenza del nostro profilo Instagram e qui nel Blog troverai sempre un approfondimento per ogni titolo citato.

Buona lettura! 

1. Pubblicità e realtà virtuale: Facebook lancia la sperimentazione.

Circa un mese fa, sul blog di Oculus compariva un comunicato che annunciava una particolare serie di implementazioni rilasciate con l’ultimo aggiornamento software per il dispositivo di realtà virtuale sviluppato da Facebook.

Tra le numerose novità, una in particolare ha attirato l’attenzione del segmento più “nerd” della community globale di marketer.

Sto parlando delle pubblicità all’interno degli ambienti di realtà virtuale sviluppati da Oculus.

Era naturale e solo una questione di tempo prima che si iniziasse a sperimentare in questa direzione e il grande lavoro dei Facebook Reality Labs (FRL) è il sintomo di un forte interesse verso la dimensione pubblicitaria abbinata all’implementazione di servizi e prodotti pensati per la realtà virtuale.

In effetti, come abbiamo osservato a più riprese dalla nascita di questo appuntamento settimanale, il 2021 ha segnato l’inizio di un periodo di grandi cambiamenti nell’ambito della pubblicità digitale.

E specialmente per Facebook, non poteva esserci un momento migliore per esplorare le nuove frontiere di un modello di business che oggi, nella sua accezione canonica, prosegue una passeggiata sul filo del rasoio, sotto la pressione delle istituzioni e dei competitor.

Ma la missione di FRL è solo all’inizio e si pone l’obiettivo di avvicinare più utenti possibile al mondo del VR/AR (Virtual Reality/ Augmented Reality), potenziare l’esperienza utente e sviluppare nuovi modelli di business da impiegare simultaneamente per rendere l’ambito VR/AR autosufficiente.

Questo primo test, servirà a raccogliere i feedback da parte della community e da parte degli sviluppatori, così da poter programmare un’effettiva disponibilità di questi innovativi posizionamenti all’interno della piattaforma Oculus e della sua applicazione mobile.

Fonte: about.facebook.com

Ok, ma la privacy dov’è finita?

In un momento così delicato per tutto l’argomento privacy, una notizia del genere potrebbe sembrare un ottimo combustibile per alimentare il fuoco che tiene caldo il disappunto degli utenti sull’utilizzo che le grandi tech-company fanno dei loro dati.

Ma nell’annuncio pubblicato sul blog di Facebook in cui viene mostrata per la prima volta la demo di uno dei possibili formati di Ad, tra i focus primari del comunicato c’è proprio quello di rassicurare gli utenti sull’utilizzo dei loro dati, definendo nel dettaglio quali informazioni vengono utilizzate a scopo commerciale e quali no.

Ecco, forse questo approccio comunicativo fin dagli albori dei modelli di business basati sui dati personali avrebbe potuto evitare tanti problemi, ma lungi da me il voler fare polemica a tal proposito…

Ad ogni modo, le Ad che potremo sfruttare negli ambienti Oculus, oltre ad essere uniche nel loro genere, permetteranno agli utenti di ottenere le stesse informazioni che oggi possono visualizzare in Facebook rispetto ad uno specifico annuncio.

Potranno quindi cliccare il noto pulsante “Why am I seeing this ad?” oppure potranno bloccare il singolo annuncio o la totalità degli annunci provenienti da un singolo advertiser, proprio com’è possibile fare oggi in Facebook ed Instagram.

Fonte: Facebook Newsroom, Oculus Blog.

2. Google a lavoro sulla nuova scala di classificazione dei colori della pelle.

Negli ultimi anni, le tecnologie di Image Recognition hanno visto uno sviluppo rapidissimo a partire dalle continue implementazioni degli algoritmi che regolano i meccanismi di pertinenza in Facebook, fino all’introduzione da parte di aziende come Apple e Google, di interi prodotti e servizi basati sugli algoritmi di riconoscimento visivo.

Ma la notizia che ha fatto il giro del mondo nei giorni passati è quella relativa alla necessità di dover reinventare il sistema di classificazione FST (Fitzpatrick Skin Type) che dagli anni ’70 si applica praticamente a tutti gli ambiti in cui è necessario numerare la tonalità di un certo tipo di pelle.

La scala FST è stata una base di riferimento anche per lo sviluppo di molte delle tecnologie di Image Recognition che negli ultimi anni hanno “invaso” i nostri dispositivi e che hanno cambiato per sempre l’esperienza utente generale.

Ma ad oggi, l’avanzamento della ricerca nel campo dell’AI e particolarmente per quanto concerne il riconoscimento visivo, ha evidenziato una serie di problematiche tecniche e sociali relative all’obsolescenza della scala FST che originariamente considerava quattro categorie di tinte chiare e solo due di tinte scure.

Davanti a queste problematiche di inclusività date da una rappresentanza dozzinale della scala FST, aziende come Google hanno iniziato da tempo ad investire in programmi di ricerca per la risoluzione di quelle dinamiche che rendono l’AI un supporto ancora troppo poco “umano”.

Durante l’estate ad esempio, Google Pixel riceverà un aggiornamento che andrà a migliorare la regolazione automatica della fotocamera per immortalare in maniera più fedele le persone con tonalità di pelle più scure.

Ma queste accortezze non sono sufficienti ed è per questo che Google ha dichiarato a Reuters di essere a lavoro su di un nuovo sistema di classificazione che possa rappresentare equamente ogni variante cromatica della pelle, così da restituire un risultato digitale quanto più fedele possibile.

Spot di Google relativo alle implementazioni su Google Pixel.

Fonte: Reuters

3. Greenroom: l’anti-Clubhouse di Spotify.

Pensavi che la “guerra dei cloni” fosse conclusa? Niente affatto.

Il tema dell’audio-social è stato parte di una moltitudine di edizioni di MarkeThings, ma ora che il “fenomeno Clubhouse” sembrava evaporato, il concetto di live audio in chiave social è tornato in vetta ai trend grazie all’annuncio di Spotify che ha ufficialmente rilasciato Greenroom.

Greenroom nasce dalle ceneri di Locker Room, app per appassionati di sport che raccoglieva gli utenti in gruppi di conversazione live su tematiche sportive di vario genere. Locker Room è stata acquistata da Spotify nello scorso mese di marzo, con l’intento dichiarato di costruire un proprio servizio di live audio room.

Disponibile dal giorno 0 (16 giugno) in 135 mercati su 178 presieduti da Spotify, Greenroom permetterà agli utenti di Spotify di effettuare un rapido log in con le proprie credenziali pre-esistenti e agli utenti di Locker Room di non dover effettuare alcuna variazione e di godersi lo spettacolo di un completo re-brand tra una patch e l’altra.

Caratteristiche: sempre la stessa musica?

Le stanze di conversazione si svilupperanno sotto forma di gruppi tematici a cui gli utenti dovranno richiedere l’accesso per consumarne i contenuti.

L’intento di Spotify è quello di attivare fin da subito un sistema di notifiche che possa permettere agli ascoltatori di sapere in tempo reale quando un podcaster già seguito nell’app classica, avrà avviato una live all’interno di Greenroom.

Anche se questo meccanismo sembra complicare la User Experience, l’obiettivo di Spotify è di strutturare nel tempo lo stesso sistema di suggerimenti per interesse che ha ampiamente dimostrato la sua efficacia all’interno della versione classica dell’app.

I gruppi, potranno ospitare un massimo di 1000 partecipanti per ora, con prospettive concrete di estensione.

In fatto di User Interface invece, gli speaker saranno rappresentati da un avatar tondo più grande rispetto a quelli degli ascoltatori, ma il layout generale sarà del tutto identico a quello originale di Spotify.

Fonte: TechCrunch – Credits: Spotify.

Un primo punto di differenziazione sarà rappresentato dalla presenza di una chat testuale con cui gli utenti potranno esprimersi durante le live in modo alternativo rispetto all’uso della propria voce, cosa non proprio alla portata di chiunque, specialmente per gli utenti più timidi.

Un ulteriore differenza rispetto alla moltitudine di funzioni live audio proposte da aziende come Twitter, Facebook o Reddit, è rappresentata dalle “gemme”.

Le gemme, all’interno di Greenroom saranno l’unità di misura dell’approvazione ricevuta da ogni singolo speaker.
Ogni gemma corrisponde ad un applauso ricevuto e il numero totale di gemme accumulate da un singolo speaker verrà visualizzato di fianco al suo avatar.

L’azienda non si è ancora espressa sulla possibilità di vedere il valore numerico delle gemme traducibile in valore monetario, ma a pensarci bene questa ipotesi potrebbe rappresentare un valido passo avanti nelle future fasi di crescita dell’applicazione.

Moderazione e controllo dei propri contenuti.

Nonostante sia solo agli albori, Greenroom presenta nella sua conformazione di base tutte le caratteristiche dei modelli di live audio app più completi che abbiamo potuto osservare nei mesi scorsi.

La funzione più importante per i creator sarà sicuramente quella che permetterà loro di richiedere il file originale della sessione live, così da poterlo editare e ripubblicare in formato podcast.

Quest’ultima caratteristica si lega benissimo non solo con la possibilità di poter riutilizzare i contenuti all’interno di Spotify, ma è compatibile anche con l’ufficializzazione del rilascio da parte di Facebook delle funzionalità podcast di cui ti avevo parlato già nel mese di aprile, nel numero 17.

Allo stesso tempo però, a registrare i contenuti degli audio gruppi sarà Spotify stessa, che definisce il suo intento necessario per ragioni di moderazione, così che se un utente si troverà a segnalare un determinato gruppo, gli addetti di Spotify potranno riascoltare il file originale per capire come procedere.

Tutto e subito.

Come accennato qualche paragrafo più su, Greenroom partirà fin da subito con tutte le funzioni più interessati testate dai competitor nei mesi passati.

È così che in concomitanza del lancio di Greennroom, Spotify ha annunciato anche l’imminente arrivo del “Creator Fund” che avrà premura di finanziare i creator per popolare la piattaforma di contenuti accattivanti.

Inoltre entro la fine dell’estate, il programma di lancio di Greenroom prevede anche l’inserimento delle funzioni di programmazione che daranno la possibilità di calendarizzare eventi interni all’app negli ambiti della musica, della cultura, dell’intrattenimento e dello sport.

Fonte: TechCrunch.

4. “Una da indossare. Una da costruire.”, Lego e Adidas in una partnership per sole superstar.

“One to wear. One to build.”, un claim tanto essenziale quanto esplicativo è la bandiera testuale della nuova partnership tra Lego e Adidas.

Due brand iconici che hanno fatto della collaborazione che ormai va avanti da tempo, uno dei propri assi nella manica che ha visto il lancio di un’intera linea di prodotti di abbigliamento per bambini e ragazzi.

La novità appena annunciata da Lego, vede come protagonista il leggendario modello Superstar di Adidas.

Ma questa volta, oltre al tocco caratterizzante di Lego sul prodotto originale Adidas, l’azienda produttrice dei mattoncini più famosi della storia, lancerà un set da collezione per costruire una Superstar di Lego da zero.

Credits: Lego.

Le conseguenze di un’iniziativa del genere risultano abbastanza intuitive e sono certo che la campagna si rivelerà un successo in riferimento a tutte le fasce di consumatori obiettivo, ovvero i collezionisti Lego più attenti, i fanatici di Adidas e per i curiosi non specializzati, ma affini ad entrambi i brand.

Credits: Lego.

Il set Lego, darà la possibilità all’utente di scegliere se costruire la scarpa destra o sinistra grazie a 17 pezzi extra all’interno della scatola singola. Per avere un paio, serviranno due set completi.

Il singolo set conterrà un piedistallo espositivo, dei veri lacci e naturalmente, verrà distribuito in una scatola per scarpe Adidas.

Lego Adidas Originals Superstar sarà disponibile in tutti gli store a partire dal 1° luglio, nelle varianti personalizzabili adulto/bambino, al prezzo di €89,99.

Fonte: The Lego Group.

5. Recensioni false: Amazon rimprovera i social media.

In seguito ad un post pubblicato il 16 giugno scorso sul blog ufficiale di Amazon, si è aperta una curiosa discussione sul fenomeno delle review false per i prodotti in vendita all’interno della piattaforma.

Quello delle recensioni, è uno degli strumenti più importanti che un e-commerce ha a disposizione come conferma di affidabilità e come leva di vendita basata sulla riprova sociale.

Ma sono proprio le recensioni a poter costituire un peso gravissimo sulla reputazione di un e-commerce quando il servizio è effettivamente scadente o quando ci rendiamo conto che le recensioni che stiamo leggendo, sono completamente false.

Come per i fake follower all’interno dei social, anche le recensioni false all’interno di Amazon costituiscono un elemento di gravissima penalizzazione per chi viene scoperto ad usufruire di servizi terzi per trarre vantaggio da un uso illecito delle recensioni.

Ma all’interno di Amazon, aggirare gli strumenti di sorveglianza della piattaforma per guadagnarsi i badge di affidabilità e scalare le classifiche di vendita illudendo l’algoritmo che assegna i punteggi, sta diventando sempre più difficile.

Nel post di Amazon infatti è possibile scoprire che nel 2020, il settore dedicato al monitoraggio delle recensioni ha bloccato ed eliminato prima che un singolo utente potesse leggerle, ben 200 milioni di recensioni potenzialmente false.

Evidentemente però, fortificare la sicurezza interna non è stato sufficiente per Amazon, che ha iniziato ad indagare sulla presenza di gruppi e community all’interno di social media non esplicitamente menzionati, in cui è possibile acquistare, vendere e organizzare azioni di massa per recensire prodotti con account falsi.

La compagnia è dovuta passare all’azione segnalando i fatti alle varie piattaforme social, ma è proprio a tal proposito che Amazon non ha esitato nel rendere pubblica la lentezza di azione di alcune piattaforme che hanno impiegato fino a 45 giorni prima di bloccare i gruppi segnalati.

Nei passaggi successivi, l’autore anonimo del post scritto a nome dell’azienda si dimostra sollevato per aver notato una diminuzione dei tempi di azione a 5 giorni, ma rincara la dose sottolineando che è ‘imperativo’ per le piattaforme social di investire adeguatamente nella supervisione e nella lotta al fenomeno delle recensioni false e che non dovrebbe essere Amazon a farglielo presente.

Infine, il comunicato si conclude con un nuovo invito per i social media che ospitano i “bad actor” responsabili del fenomeno delle fake reviews ad investire proattivamente nella lotta a questo tipo di problematiche, nel nome comune della difesa del consumatore.

Ma siamo sicuri che è “consumatore” il termine giusto per descrivere l’interesse primario che Amazon intende tutelare? O questo rimprovero indiretto vuole realmente servire da bandiera collettiva per la protezione degli utenti che in questo frangente sembra quindi non stare tanto a cuore ai social media quanto lo è per Amazon?

Se vuoi farci sapere come la pensi, torna indietro sulla storia di questo titolo e mandaci un messaggio in Direct!

Queste erano le notizie della settimana.
Se sono state utili, ti do appuntamento a lunedì prossimo 😉

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Andrea Felicella

Andrea Felicella

Napoletano d'origine, cresciuto immerso nella natura Umbra. Nerd dal primo respiro, sportivo e fortemente appassionato di tutto ciò che è "geek" oltre che di Musica e di Economia. Le dinamiche dell’imprenditoria mi affascinano da sempre e sono particolarmente legato alle discipline che riguardano il Marketing. È così che dopo aver venduto la mia prima attività commerciale nell'estate del 2020, ho deciso di diventare un Marketer a tutto tondo. Oggi svolgo attività di consulenza per PMI e professionisti.

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